el gennaio del 1213, Francesco d’Assisi, ricevuto l’invito del vescovo di Narni, Ugolino, partì alla volta della Valle ternana (vd. Terni e dintorni). Passato per Foligno, Trevi, Campello e Spoleto, raggiunse Terni; narra lo Jacobilli: «l’Anno 1213 il Padre San Francesco capitò in Terni, e fu albergato dal Rettore della Chiesa di S. Cristoforo di detta città» (L. Jacobilli, Vite II). Dopo aver predicato al numeroso popolo accorso, operò due miracoli: convertì «acetum fortissimum in vinum optimum»(Bartolomeo da Pisa, De conformitate), e risuscitò un ragazzo di nome Giovanni, restato sotto una muraglia (N. Cavanna, Umbria francescana).
Lasciata Terni, dopo una breve sosta a Collescipoli, il Poverello di Assisi mosse alla volta del Castello di Stroncone, ove si trattenne per diversi giorni.
Dopo la permanenza nell’avito “castrum” di Stroncone, l’Assisiate, prima di proseguire per Narni, sentì forte il desiderio di ritirarsi in qualche luogo solitario. Narrano i biografi che egli, a compimento delle proprie missioni «cercava sempre luoghi nascosti, ove potesse congiungersi al suo Dio non solo con lo spirito, ma quasi anche con tutte le membra» (II Cel., 94).
Così, su probabile invito dei monaci di San Benedetto in Fundis della stessa Stroncone, Francesco, «conducendo seco» frate Ottone de’ Petricchi da Stroncone (futuro protomartire francescano), raggiunse la “grancia” di San Silvestro, umilissima chiesetta inserita, come un solitario nido di aquile, sull’aspra falda del monte San Pancrazio.
E in questo luogo, stando alle fonti, «fece alcun tempo dimora, ospitando in un orrida grotta (...); poi vi tornò a più riprese e vi lasciò alcuni suoi frati, i quali fabbricarono alcune cellette e capanne per loro abitazioni» (B. Bazzocchini, Cronaca).
Raccolto in mistica solitudine, Francesco permase diverse settimane nel recondito romitaggio - che diverrà uno dei “fari” più lucenti della compagine minoritica umbra -, adoperandosi in estatiche penitenze e orazioni, confortato dalla benevolenza dei suoi frati, e dall’entusiasmo di quanti, in quei giorni, si inerpicavano verso il monte “La Bandita”, per accrescere la già cospicua schiera francescana.
Non conosciamo i nomi dei nuovi adepti; non possiamo certamente escludere che, proprio in quei giorni, Adiuto, Accursio e Vitale, giovani della diocesi narnese, abbiano raggiunto Francesco e deciso di unirsi al suo seguito. Frate Adiuto e frate Accursio diverranno Sant’Adiuto e Sant’Accursio, protomartiri francescani.
Certo è che l’Assisiate, durante la permanenza allo “Speco”, visitò il castello di Calvi.
La tradizione vuole che Francesco abbia tenuto una sua predica presso la chiesa di San Salvatore, posta nella valle omonima, ai piedi dell’attuale cittadina, ove, a quei tempi, si era raccolta a formare il borgo di Calvi la popolazione fuggita dal distrutto castello di Altaino.
Non è difficile immaginare la scena!
Francesco, unitamente ad alcuni suoi compagni, giunse presso la chiesetta di San Salvatore.
Dopo una breve ma intensa orazione all’interno della stessa, uscito, si pose sul punto più in vista della antistante piazzetta, forse un masso, forse un carro.
Nel frattempo iniziarono a radunarsi i primi curiosi, insospettiti dall’arrivo di quei stravaganti “joculatores Domini”; di quegli uomini che, narra una antichissima cronaca benedettina, «non posseggono nulla, vivono del Vangelo, dimostrano nel vitto e nel vestito profondissima umiltà.
Camminano a piedi nudi, con cintura di corda, tonache di color grigio lunghe fino alle caviglie e rappezzate, con cappuccio rustico e ispido».
Il numero degli intervenuti presto lievitò, e Francesco iniziò a “parlare”.
Ma come si esprimeva Francesco e cosa ha potuto dire agli astanti di Calvi?
Riferisce Tommaso da Celano, compagno del Santo e suo primo biografo: «(Francesco predicava) la penitenza, edificando tutti con la semplicità della sua parola e la magnificenza del suo cuore. La sua parola era come fuoco bruciante, penetrava nell’intimo dei cuori, riempiendo tutti di ammirazione (...).
In ogni suo sermone, prima di comunicare la parola di Dio al popolo, augurava la pace, dicendo: “Il Signore vi dia la Pace!”. Questa pace egli annunciava sempre con molta devozione a uomini e donne, a tutti quanti incontrava o venivano a lui. In questo modo otteneva spesso, con la grazia del Signore, di indurre i nemici della pace e della propria salvezza, a diventare essi stessi figli della pace e desiderosi della salvezza eterna. (...) Anche predicando la divina parola a molte migliaia di persone, come spesso avveniva, restava tranquillo e sicuro come se parlasse con un amico intimo. Riguardava la più gran folla di popolo come un sol uomo, e predicava per una persona sola con la diligenza che avrebbe usato per una moltitudine» (I Cel., 23, 72)
Anche a Calvi, nessuno riuscì a dimenticare quella autentica “lectionem vitae” di frate Francesco, tanto che, a compimento delle sue parole, stando alle cronache, «un giovine nobile di detta terra, per nome Berardo, mosso dalla parola di lui, gli si prostrò ai piedi e lo pregò a riceverlo per suo discepolo. Il benigno Padre, dopo aver sperimentato lo spirito del giovine, gli diede l'abito della Religione e lo ascrisse fra i suoi seguaci. Ma il Poverello Serafico in questa contrada non aveva ancora una povera casuccia, dove fermare la sua dimora. Il santo giovine allora offrì al Maestro una sua abitazione che aveva fuori della terra» (N. Cavanna, Umbria francescana).
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San Berardo dei Leopardi da Calvi
Protomartire francescano
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«E in quella casa (Francesco) fece erigere un Oratorio, e un piccolo Convento per li suoi frati; alcuni de’ quali vi mandò ad habitare» (L. Jacobilli, Vite I).
Frate Berardo dei Leopardi da Calvi, sarà San Berardo, protomartire francescano (vd. Terni e dintorni: Protomartiri francescani).
Continua Jacobilli: «Si partì poi S. Francesco nell’istesso anno 1213 conducendo in sua compagnia Berardo per maggiormente ammaestrarlo, e andò (tornò) a S. Urbano (...)» (L. Jacobilli, Vite I).
Trattando della “Calvi francescana”, utile riportare quanto narrato da San Bonaventura da Bagnoregio nella “Leggenda Maggiore”: «La moglie d’un nobil uomo di Calvi, che si chiamava Giuliana, avendo perduto i figli, trascinava i suoi anni nel lutto.
Piangeva continuamente i suoi infelici eventi, giacché, tutti i figli che con dolore aveva portati in seno, con dolore ancora maggiore aveva dovuto in breve tempo affidarli alla tomba. Ora, da quattro mesi aveva il bambino in seno, e, a causa di quanto le era successo nel passato, era in trepidazione, temendo più per la morte che per la nascita della prole. Ma ecco: una notte, mentre dormiva, le apparve in sogno una donna che, portando tra le mani un bel fanciullino, glielo porgeva con atteggiamento di grande letizia. Lei, però, non voleva prenderlo, per paura di perderlo subito; allora quella donna soggiunse: “Prendilo con sicurezza, perché questo bambino, che san Francesco ti manda per venir incontro alla tua angoscia, vivrà e godrà buona salute”. Destatasi immediatamente, la donna, ripensando alla visione mandata dal cielo, comprese di essere assistita dall'aiuto di san Francesco e, da allora, tutta confortata, moltiplicò le preghiere e i voti, perché si avverasse la promessa. Si compì finalmente il tempo del parto ed ella partorì un maschietto, che poi crebbe, pieno di forza e di giovanile vigore, quasi che san Francesco gli donasse un supplemento di salute, e fu per i genitori motivo di devozione ancor più sentita verso Cristo e verso il Santo» (Leg. Maior, Miracoli, VI, 3).
Paolo Rossi
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